#Claudio Meldolesi, “La trinità di Eduardo: scrittura d’attore, mondo dialettale e teatro nazionale”, in Fra Totò e Gadda. Sei invenzioni sprecate dal teatro italiano, Roma, Bulzoni, 1987, pp. 58-59.

Se però spostiamo l’attenzione da questo quadro a quello degli studi dedicati a Eduardo, vediamo che i critici aggiornati, di decennio in decennio, negarono qualsiasi valore drammaturgico all’influenza dello scrittore. Alvaro giudicò la forma di Eduardo inadattabile alla forma di Pirandello, Bentley osservò che il primo, a differenza del secondo, non confondeva la realtà e l’illusione, eccetera, Come non essere d’accordo con queste difese dell’originalità di Eduardo dai soliti raschiamenti pirandellisti? E tuttavia, come dimenticare la profondità degli incontri prima ricordati?

A mio parere, i critici aggiornati dicevano cose giuste, ma non avevano ragione. La buona intenzione li portava a considerare Pirandello e Eduardo autori di testi a pari titolo: gli uni originali in un modo, gli altri in un altro. La maggior fonte dell’originalità di Eduardo, però, il suo essere attore, veniva così sottovalutata dall’analisi, quasi fosse una qualità di contesto, da ricordare in premessa o in appendice. E perché considerare inconciliabile l’eventuale influenza con l’originalità eduardiana? In questo saggio proverò a riaffrontare la questione alla luce di una categoria diversa sa quella dell’«autore»: sulla scia di Giovanni Macchia, partirà dalla figura dell’ attore che scrive.

Ogni attore, passando da un copione all’altro, tende a immagazzinare situazioni e parole altrui che gli torneranno utili in successivi frangenti. Nelle aree dove esiste un ricco retroterra recitativo, come quella napoletana, l’attore è portato ad andare avanti, molto avanti, su questa strada: egli si costruisce un piccolo «capitale» [...] fatto di materiali drammatici che per diritto d’uso diventano suoi, che egli rielabora come suoi. In questo senso, l’attore che scrive potrà essere definito un attore andato più avanti, sulla stessa strada degli altri.

Eduardo ci si presenta, anzi tutto, come un attore simile agli altri. [...] Il rapporto di creazione, per lui, passava attraverso l’intimità dell’attore del personaggio. [p.59] Scrisse in proposito: la profondità a teatro può venir solo dalla intimità, e una «vera intimità» si può avere «solo tra personaggio e attore». Parola di autore. Ecco il seme della sua originalità. Su questa base, muovendo dall’intimità fra personaggio e attore, Eduardo poté aprirsi sia alle voci della «strada» che alla «tradizione della Commedia dell’Arte» – così disse –, fino a costituirsi un mondo tutto suo: luogo incantato dall’esperienza del teatro, dove la vita quotidiana degli umili e dei piccolo-borghesi napoletani riusciva a filtrarsi depositando segni nitidi, di innocenza.

Ma l’inclinazione attorico-scritturale ad assorbire influenze, nel suo caso, non si limitò alla stra e alla tradizione dell’arte. L’attore-autore Eduardo, assorbendo anche sul piano drammaturgico (assorbì di tutto, da Petito a Scarpetta, da Bracco a Viviani), mostrò un particolare bisogno di aprirsi all’influenza di Pirandello. Sicchè, nella pagine seguenti, potremo parlare di tale influenza in senso forte, non accontentandoci di registrare, come si è fatto solitamente, generiche somiglianze di contenuto e di atmosfera.

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