L’idea che Eduardo sia un uomo di sinistra, a mio parere, deve essere ridimensionata. Eduardo ideologicamente non era né di destra né di sinistra. Aveva un’ideologia che era un’ideologia sociale, un’ideologia di rapporto personale, di rapporto di educazione, di correttezza legata all’uomo in quanto tale, in quanto essere umano. Per di più lui era fuori da ogni forma di organizzazione di partito perché era, per natura, un uomo libero. [...] Lui è stato molto amico di Valenzi, che era un uomo di sinistra che p stato per alcuni anni sindaco di Napoli. Mi ricordo che Valenzi, in occasione dell’inaugurazione della mostra al San Ferdinando, confessò a Eduardo l’enorme difficoltà di amministrare una città come Napoli, nonostante tutte le cose che lui aveva avviato. Eduardo gli chiese: «Ma perché questa difficoltà?». E lui gli rispose: «Perché, Eduardo mio, le delibere che noi, Consiglio eletto, stabiliamo e deliberiamo non vengono mai attuate. Le delibere rimangono lì anni e anni e non se ne fa più niente». Eduardo, proprio per la sua ignoranza di quelli che erano i meccanismi della politica ma allo stesso tempo secondo la sua indole di uomo libero, gli disse: «Tu devi fare una cosa! Fai un grande comizio a piazza Plebiscito, fai venire un milione di napoletani e dici loro: guardate, io voglio fare questo, questo e questo e non lo posso fare perché questi sono i problemi…. Se sei stato eletto dal popolo è al popolo che lo devi dire» Solo che questa è una posizione abbastanza platonica di concepire la politica, tant’è vero che Valenzi gli rispose: «Non lo posso fare perché questo vuol dire mettere in crisi la credibilità del partito». Allora Eduardo, senza neanche farlo finire di parlare, gli disse con tono affettuoso: «Allora va a fanculo tu e il tuo partito».
# Enzo Biagi, Fatti personali, Milano, Mondadori, 1986, p.67.
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Eduardo aveva il pudore dei sentimenti e odiava gli sproloqui, i punti esclamativi, gli effettacci e i lustrini: le sue ultime recite sembravano sacre rappresentazioni.
#Eduardo De Filippo, Lettera al ministro dello spettacolo, in Teatro anno zero, [...], p.153
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Io non amo le discussioni e le polemiche, forse perché sono abituato a fare.
#Maurizio Scaparro in Emilio Pozzi, Parole mbrugliate, p.70
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La sua serietà, il quasi apparente disprezzo per gli altri, era in realtà una volontà abbastanza anomala, nel mondo del teatro italiano, di essere serio. Lui non amava la frivolezza inutile, la stupidità poi lo mandava in bestia. Non l’accettava. In questo mondo un po’ farfallesco nel quale molti ritengono che la vita dell’attore possa essere presa sul ridere, in modo superficiale (e invece no perché è una vita di lacrime e sangue), il suo rigore era quasi maniacale [...] e toccavo con mano come per lui il teatro fosse un’impresa, un’impresa seria.
#47 Paola Quarenghi, “Vicoli stretti e libertà dell’arte”, in Eduardo De Filippo, Cantata dei giorni pari, Milano, Mondadori, 2000.
[pp.XII-XIII EDUARDO AVVERSATO DA TUTTI]
Il suo impegno Eduardo lo ha sostenuto con un progetto graduale, coerente e organico, teso non tanto alla valorizzazione delle singole componenti dell’attività teatrale, ma alla realizzazione di un’idea di teatro che va oltre l’ambito strettamente artistico per comprendere in un’unica prospettiva valori etici ed estetici. È stata proprio la complessità di un simile progetto a far sì che Eduardo non venisse pienamente accettato dalle varie categorie dello spettacolo e fosse guardato con qualche diffidenza da tutte. Tra gli scrittori di teatro e i letterati c’è chi lo ha sempre considerato e continua a considerarlo non un vero autore, ma piuttosto un attore che ha scritto commedie per sé e per la propria compagnia, e non gli perdona le origini culturalmente plebee, legate al comico e al dialetto. Molti attori, vedendo in lui non l’attore, ma il capocomico, lo hanno definito tirannico, poco solidale, avaro, «cattivo». Certo non lo hanno considerato come uno di loro i capocomici, invidiosi di una fortuna e du una autonomia niente affatto comuni; né gli impresari, ai quali sempre riuscito a strappare percentuali superiori a quelle degli altri direttori di compagnie; né i registi che nella essenzialità dei suoi allestimenti hanno visto non la conquista di una raffinata semplicità, ma un segnale di scarsa fantasia o di pericolosa parsimonia [...].
Forse il peccato che, inconsciamente, la cultura italiana gli ha fatto scontare è quello di aver rotto schemi di comportamento, scavalcato barriere professionali e di categoria, superato confini culturali, procedendo in modo del tutto personale e libero, senza però assumere quel piglio rivoluzionario o quegli atteggiamenti da veri o falsi maître à penser che hanno conquistato ad altre figure del teatro del Novecento stuoli si seguaci. Il grande successo di pubblico, che in qualunque altro paese sarebbe stato considerato un titolo di merito per un uomo di teatro, in Italia p stato guardato dai settori pià snobistici della cultura con diffidenza, come segnale di un’arte troppo disponibile, troppo facile, troppo popolare. Né è stata riconosciuta come una priva di intelligenza teatrale l’abilità imprenditoriale di Eduardo, che se da un lato gli ha consentito di ricavare dal teatro cospicui guadagni, dall’altro gli ha permesso di lavorare con margini di autonomia sconosciuti alla maggior parte dei suoi colleghi artisti. Del resto, una simile incomprensione non stupisce da parete di una cultura come quella del nostro Novecento, malata, allo stesso tempo, di romanticismo e di idealismo, affezionata allo stereotipo dell’artista incompreso, dissipatore del proprio genio e delle proprie sostanze (più spesso, di quelle altrui); e pronta a considerare la capacità di ricavare ricchezza dall’attività artistica come una qualità sospetta o decisamente sconveniente.
#Antonio Ghirelli, I fantasmi di Eduardo, in Eduardo nel mondo
[CARATTERE p.3]
L’emozione, per non dire la commozione, è piuttosto insolita in Eduardo. Egli è sempre stato un “napoletano freddo”, molto lucido, molto razionale, anche ricco di ironia e di sarcasmo. Detesta il napoletanismo pittorico e lo ha sempre dichiarato apertamente. Nei fatti poi, nella vita privata, in politica, sulle tavole del palcoscenico si è sempre mantenuto fedele ad uno stile di totale estraniazione dai facili sentimenti e dall’eloquenza torrentizia; poche parole essenziali, spesso dette a bassa voce, pochissimi gesti, una presenza terribilmente significativa proprio perché ridotta all’osso, spesso ad un silenzio [...] che può far pensare addirittura a Ionesco o a Beckett.
#32 Andrea Camilleri, durante un’intervista per il ciclo Eduardo. Teatro e magia, RaiSat/Dipartimento di Italianistica e Spettacolo, 2000 [http://www.vigata.org/eduardo/eduardo.shtml]
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L’immagine che uno aveva di Eduardo era di un uomo corazzato, un uomo che si difendeva anche recitando la parte che si era assegnata lui stesso nella vita. Non so come nel ‘60 ero preoccupato perché una delle mie figlie aveva la febbre alta; non pensai all’incidente della bambina di Eduardo e gli dissi che ero un po’ preoccupato per mia figlia. Rispose: “Io l’ho persa una figlia”. E mi raccontò minutamente come lui aveva vissuto la cosa e si mise a piangere. Non è una cosa che si sopportava facilmente veder piangere Eduardo. E’ stata una cosa inenarrabile, penosa. Mi dispiace anche di averla rammentata.