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D: Rapporti con Pirandello: la critica è divisa sul suo Pirandellismo, cioè se il suo incontro col grande autore siciliano ha influenzato o meno la sua produzione. Cosa può dirci in proposito?
R: Io, questo Pirandellismo attribuitomi dai critici non lo capisco, se devo dire la verità. Che vuol dire? Che cosa vogliono dire? Che ho copiato da Pirandello, che mi sono appropriato della sua tematica? Se è questo che si intende per Pirandellismo, mi pare che non sia neanche il caso di parlarne, tanto è ovvio che, a cominciare dalla mia concezione del teatro a finire con i miei personaggi spesso poveri e affamati, spesso maltrattati dalla vita, ma sempre convinti che una società più giusta e umana sia possibile crearla, niente potrebbe essere più lontano dall’idea teatrale di Pirandello e dai suoi personaggi. Se poi, per Pirandellismo s’intende che io ho avidamente letto, ascoltato e amato il suo teatro, che l’ho conosciuto e venerato, che ancora oggi, se penso a lui alla sua intelligenza lucida e scintillante, al suo humour, alla sua umanità, mi sento prendere da una nostalgia tremenda e da un senso di perdita irreparabile, allora sì: sono ammalato di Pirandellismo.
Tutti noi scrittori e anche tutti noi uomini dobbiamo molto al genio di Pirandello. Quando Arthur Miller dice che se no ci fosse stato lui, egli scriverebbe diversamente, dice cosa giusta, ma quando si volesse accusare Miller di Pirandellismo, ecco, sarebbe inaccettabile.
D. In alcune sue opere – Napoli milionaria,La paura N°1, Il Figlio di Pulcinella – è chiara l’influenza del momento storico; in altre non è lampante, ma c’è? Cioè, ogni sua opera è ispirata da problemi e avvenimenti del periodo della sua genesi? A nostro giudizio lei ha attraversato un periodo di pessimismo individuabile in Bene mio e core mio e Mia famiglia. È vero?
E. Quello che voi chiamate un periodo di pessimismo è la parabola naturale dell’uomo: gioventù con alti e bassi di speranza e disperazione, entrambe illogiche e meravigliose; maturità, cioè grandi aspettative confortate dall’aiuto del pensiero; vecchiaia: delusione e amarezza. O, se vogliamo, è il ciclo della storia vista attraverso la vita di un artista. Nel mio caso, durante la dittatura fascista c’era il desiderio della liberà; con la “liberazione” venne la giusta aspettativa di una società migliore e di un’umanità diversa; poi sono venute le prime delusioni: poco è cambiato, i figli illegittimi legalmente sono ancora digli di NN (Filumena Marturano, De Pretore Vincenzo); il matrimonio è ancora una catena che solo la morte di uno dei coniugi può spezzare(Questi fantasmi, L’arte della commedia); la vita sociale è sempre basata sulla sfiducia reciproca (Le voci di dentro); la famiglia è diventata e resta un’istituzione basata sull’ipocrisia e l’interesse (Bene mio e core mio, Mia famiglia, Il contratto, Gli esami non finiscono mai), la giustizia è sempre più incoerente e ingiusta (Sindaco del Rione Sanità); le parole come patria, eroismo, guerra, svuotare del significato vero e umano diventano anacronismi retorici e senza alcun senso per chi deve subire il potere (Il Monumento) eccetera.
Insomma, il mio sogno di un mondo migliore è come un pallone in cui, anno per anno, si sono andati a infilare spilli in quantità, sgonfiandolo sempre più… Rimangono i giovani, la vostra generazione, in cui sperare… Speriamo bene!
D. L’ambiente della maggior parte delle sue commedie è quello della media borghesia: lo considera, come molti critici, un mondo grigio?
E. Non è esatto dire che l’ambiente delle mie commedie è quello della media borghesia. In Farmacia di turno, tranne il farmacista e il corteggiatore, sono tutti popolani; in Sik Sik, popolo; in Natale in casa Cupiello, popolo e piccola borghesia; in Chi è cchiù felice ‘e me?, contadini e un ricco borghese; in Non ti pago, piccola borghesia e popolo; in Napoli milionaria tutto popolo tranne l’impiegato e così via.
Del resto, la borghesia c’è, e io non credo nel tagliare le teste ma nel cercare di farle pensare, così, ogni volta che posso, mi rivolgo al borghese medio per cercare di liberarlo dalla paura cieca che ha chi possiede dei beni, per fargli capire che al mondo ci sono anche cose più importanti della proprietà.
Secondo me il popolo, per diventare migliore, ha solo bisogno di liberarsi della sua fame secolare, della sua ignoranza secolare e del secolare cattivo esempio datogli dalla nobiltà prima e dalla borghesia poi. Se quest’ultima prende coscienza dei propri privilegi e del cattivo uso che ne ha fatto, ciò non può che andare a vantaggio del popolo, oltre che della borghesia stessa, la quale non è un “mondo grigio” ma un mondo che, non dimentichiamolo, ha dato impulsi notevoli al progresso dell’umanità: Rivoluzione Francese, Marx eccetera.