# Eugenio Ferdinando Palmieri, I De Filippo, «Scenario», 2, 1943, pp. 65-66.

Se il successo degli attori De Filippo è incontrastato, sugli autori De Filippo le polemiche sono frequenti. «Si tratta di canovacci», dicono, davanti a Non ti pago o a Quaranta ma non li dimostra, gli intellettuali; «Napoli è un’altra cosa», dicono quei napoletani esclusi che vorrebbero – ammesso che Napoli sia un’altra cosa – non l’arbitrio dei poeti, ma la precisione dei cronisti; «il teatro partenopeo si chiama Di Giacomo, Murolo, Bovio», concludono gli scrittori fiorentini o veneziani o torinesi che affiderebbero volentieri a De Filippo una commedia non partenopea [...].

Ora il repertorio di Eduardo, di Peppino e di Titina è in regola, a parer mio, con le esigenze degli intellettuali, con la Napoli dei napoletani, con il teatro partenopeo degli scrittori che invocano – abbiamo visto perché – la tradizione.

[...] Da Non ti pago a Io, l’erede, dove l’ossessione dei protagonisti si contorce fra le spine di una dialettica che potrebbe portar la firma di Luigi Pirandello, ai fallimenti crepuscolari di certe mezze figure, negli interni rivelati dalla musa ironica e mesta di Ugo Ricci, questo teatro dei De Filippo, con le sue bizzarrie, il suo puntuale realismo, il suo squallore, la sua grazia, la sua pena, le sue stanze proletarie e il fasto pacchiano dei saloni, la satira e la tragedia, la rinuncia sommessa e la prorompente buffoneria, l’usuraio perentorio e il capo ufficio in visita, l’abito scicche e lo sbrendolo, non è un pretesto o una traccia, non è un «teatro da fare», non è una «quantità di scenette arrivate dalla singolarissima arte comica» degli interpreti; ma, come il repertorio di Viviani, letteratura.

# Peppino De Filippo, Una famiglia difficile, Napoli, Marotta, 1977

# p.236

NUOVO TEATRO TRA SCARPETTA E BOVIO

Nel frattempo io e mio fratello, già maturi per un cambiamento totale della nostra vita artistica, studiavamo il modo e la maniera di poter dare una scolta diversa al nostro teatro napoletano che a quei tempi, da circa mezzo secolo, allegramente veleggiava sul «barcone» scarpettiano, carico di testi teatrali divertenti, si, ma derivanti da pochades e vaudevilles francesi che, per la massima parte, trasportati in ambienti partenopei, risultavano frustri in una maniera enorme e avvilente che con Napoli non aveva nulla a che fare. Noi, invece, auspicavamo la «commedia napoletana»! Un teatro cioè, capace di saper esprimere difetti e valori della Napoli borghese. Quella dolente e dignitosa, e per questo sempre sopraffatta della «miseria» materiale e morale. Quella Napoli sempre in lotta con la vita di tutti i giorni impregnata di mille problemi sociali grandi e meschini, Quella Napoli nella quale popolo e piccola borghesia, l’uno per un verso l’altra per un altro ma con l’unico scopo di voler sopravvivere, sapevano di poter andare a braccetto lungo le strade del loro destino… tra un temporale e… una giornata di sole! Noi avevamo compreso che il «teatro napoletano», essendo alla base essenzialmente comico e più spesso «grottesco», aveva bisogno per questo, in alternativa sapientemente equilibrata, di riflessi seri tra quelli buffi: dal bianco al nero insomma e vice versa. Quello d’«Arte» creato in antitesi a quello di Scarpetta dai diversi Di Giacomo, Russo, Bovio, Serao, Ragosta ed altri fu per carattere e stile una encomiabilissima forma teatrale, ma pesantemente e insistentemente inclinata, fino a compiacersi, verso il «nero» sicché, put riconoscendone non pochi pregi artistici a mio avviso, alla fine, finiva per intristire abbondantemente lo spettatore, che se ne allontanava. Quello «popolare» di Viviani vario, sì, svelto, allegro, colorato… ma, a mio giudizio, v’era come sostanza e particolarmente in quello «prima maniera», uno smaccato e fin troppo evidente «macchiettismo» e infine era troppo legato all’impareggiabile arte comica personale di Viviani stesso. In questa atmosfera di «questo» o «quello», senza per tale motivo voler rinnegare il valore intrinseco di ognuno di essi, alla nostra maniera andavamo elaborando trame, spunti e copioni da mettere da parte in attesa del tempo giusto che a nostra certezza sarebbe arrivato [...].

# Franco Zeffirelli, «Il mattino», 2 novembre 1984

[...] i De Filippo vennero fuori come una nota eccezionale, perché portavano in scena la verità e ci fecero pensare seriamente a cosa fosse il teatro autentico, Non che gli altri non facessero, ma i De Filippo precedevano i tempo, sembrava, attraverso di loro, di proiettarsi in avanti, verso una realtà che stava per sbocciare nella cultura italiana e si concretizzò, per esempio, nel neorealismo cinematografico.

Pubblicato in:  on Novembre 14, 2008 at 5:25 am Lascia un Commento
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#48 Federico Frascani, in «Il teatro San Ferdinando», Napoli, 1954; raccolta di scritti evocativi su Eduardo De Filippo in occasione dell’inaugurazione del rinnovato teatro la sera del 21 Gennaio 1954, ora in Vittorio Viviani, Storia del teatro napoletano, Napoli, Guida, 1969, pp. 893-894

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FRASCANI RICORDA L’ESORDIO DEI DE FILIPPO

In un baleno si sparse la voce: al «Kursaal» lo spettacolo è buono; dai De Filippo si ride, si ride assai. I tre fratelli, usciti dall’ombra, avevano di colpo agganciato il successo, avevano conquistato il loro pubblico. Era ancora il pubblico di una cinema, ma era già un pubblico entusiasta. Divennero di moda, una moda creata dall’eco dell’allegria che suscitavano. Se allora avessero interpretato con egual bravura un repertorio drammatico, sarebbero rimasti sconosciuti o quasi. «È uno spettacolo pesante», avrebbe detto il figlio di papà che la sera, dopo aver fatto la cariatide avanti a Van Bol, o perso qualche centinaio di lire giocando il pokerino al Circolo Nautico, doveva trovare il modo d’impiegare le ore fino a mezzanotte. Lo avrebbero detto anche le leggiadre fanciulle di buona famiglia della Napoli di allora e gli autorevoli commendatori che, fiancheggiati dalle ben piantate consorti, dopo pranzo andavano in cerca di svago in città. Perché ieri come oggi, per la gran parte dei frequentatori del nostro teatro è «pesante» tutto ciò che non diverte, che non suscita il riso. [...] Eduardo De Filippo, i suoi fratelli e i loro compagni non erano pesanti, erano anzi divertentissimi. Se lo fossero stati per calcolo, non avrebbero potuto scegliere meglio, nell’esordire, la via del successo. La «bella gente» di via Chiaia, di Piazza dei Martiri, della Riviera, li applaudiva con gran calore e poi parlava di loro agli amici, Si diffondevano nei salotti le battute più esilaranti del loro repertorio. I «vitelloni» del 1930… usavano imitare le cadenza di certi personaggi dotati di irresistibile comicità, schizzati da Peppino, senza accorgersi che ad essi avevano servito da modelli.

Pubblicato in:  on Novembre 12, 2008 at 1:14 pm Lascia un Commento
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#46 Vittorio Viviani, Storia del teatro napoletano, Napoli, Guida, 1969

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[pp.895-896 AL SANNAZZARO]

I De Filippo [...] fin dal 1932 erano passati al « Sannazzaro »: questa volta a spettacolo regolare. [...] Il debutto avvenne con «Chi è cchiù felice ’e me?» di Molise (cioè Eduardo) e «Amori e balestre» di Bertucci (cioè Peppino) (10 ottobre). Michele Parise, cronista del «Roma», parlò di scarpettismo e di vivianismo fusi insieme.

#10 Italo Moscati, I De Filippo, cit., p.21

Eduardo, Titina, Peppino, i tre De Filippo, cantori, interpreti, amanti appassionati di una Napoli che si è perduta.

Napoli, la sua gente, il suo idioma. La sua filosofia di vita, la sua arte di arrangiarsi, la sua a volte disperata ma ribelle rassegnazione è stata l’amore della loro vita e ce l’hanno fatta amare e capire.

Con Eduardo la risata è consapevole e amara, con Peppino è abbandono alla comicità spontanea di una battuta,di una situazione, con Titina il piacere dell’arte interpretativa, in tutte le più nascoste sfumature.

Aiutati dalla parlata estremamente espressiva, i tre fratelli insieme o divisi, ci hanno regalato ore di autentico godimento. Sia nella risata che nell’amarezza hanno sempre saputo cogliere quel senso di suprema poesia che sopravvive alle situazioni e nei luoghi più impensati, una poesia di vita che è amore, comprensione, tolleranza.

Nei vicoli bui, nei bassi maleodoranti, c’è sempre un raggio di sole, una mano tesa, un dolore o una gioia condivisa, un incantevole scugnizzo, un disarmante mariuolo.

E’ così che sentivano, che vedevano la loro Napoli, questa città meravigliosa lacerata da mille contraddizioni.

Pubblicato in:  on Novembre 3, 2008 at 3:32 am Lascia un Commento
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#3 Enzo Biagi, La dinastia dei fratelli De Filippo, in «La Stampa», Torino, 5 aprile 1959 (articolo integrale)

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Eduardo e Peppino sono a Milano, ma si incontrano raramente. Da dieci anni non recitano nello stesso teatro. Titina è a Roma. Scrive, dipinge, guarda i nipotini che crescono. « Vive di spirito », dice Eduardo. Molto tempo fa, una sera, in palcoscenico, ebbe « uno scatto al cuore ». Non può più sopportare certe fatiche. « Ha avuto una sorte amara – sospira Eduardo – ha dovuto smettere quando il successo la stava premiando ».

I tre De Filippo non torneranno mai più insieme, nemmeno per una volta. « Se Eduardo ed io ci siamo divisi – spiega Peppino – ciò è accaduto perché, alla ribalta, non avevamo più molte cose da dirci. Adesso è troppo difficile tornare indietro ». Titina, poi, non sopporterebbe l’emozione. Non ci sarà, dunque, il grande ritorno.

Per quattordici stagioni i loro nomi sono apparsi sullo stesso manifesto. « Siamo attori – commenta Peppino – e mi sembra un primato ». Si sono fatti avanti dandosi la mano. Cominciarono con l’avanspettacolo, al cinema Kursaal, una platea rumorosa e popolare.

« Scrivevamo i nostri copioni in camerino, negli intervalli – racconta Peppino – e la testa rimbombava dei dialoghi e dei sospiri dei primi film sonori. I napoletani sono esigenti: ogni settimana bisognava cambiare repertorio. E sono terribili: ti capiscono prima che parli, e devi stare molto attento per poterli imbrogliare. Anche Natale in casa Cupiello era una atto unico, bellissimo.

«Quando arrivammo a Milano, al teatro Puccini, appena si alzava il sipario e si scopriva la scena, ci riempivano di fischi. Odiavano la prosa, volevano subito le ballerine. Ottenevamo un clamoroso insuccesso, e l’impresario ci pagava poco e malvolentieri. Avevamo in cartellone Sik Sik l’artefice magico, e per rappresentarlo erano assolutamente indispensabili un colombo ed una gallina. Una notte spinti dall’appetito, ci rivolgemmo a un trattore perché ci cucinasse i due cari compagni di lavoro. Li mangiammo, ma con molta pena ».

I discorsi dei De Filippo narrano, con un’unica storia, il destino di tre esistenze.

« Nel 1932, racconta Eduardo, decidemmo di passare proprio al teatro, con una compagnia nostra e con commedie scritte da noi. Firmavamo, quasi per pudore, con degli pseudonimi. Debuttammo all’Odeon. Ma chi ci conosceva? Le poltrone erano per metà vuote, però alla fine il pubblico urlava: viva Napoli. Renato Simoni fece un lungo articolo, e nei giorni seguenti tutte le file si riempirono.. Cominciò la conquista del Nord ».

I critici parlarono dei tre nuovi, straordinari comici; diventarono di moda. « Mi domando – aveva scritto l’entusiasta Massimo Bontempelli, che li aveva scoperti a Napoli – perché i De Filippo non risalgano le vie d’Italia ». Trovava nelle loro interpretazioni « perfezione di gusto, arte, naturalezza e festoso abbandono »; Palmieri li giudicava « maschere improvvise e abbaglianti non di un paese ma di una umanità », e raccontavano, secondo Alvaro, «la favola della vita italiana ».

« Noi siamo una dinastia – dice Peppino – (vengono in mente i Barrymore, « la famiglia reale di Broadway »; questa è, in fondo, la nostra famiglia reale, e ha dietro di sé la gloria del San Carlino), noi siamo una dinastia: ho cinquantacinque anni di vita e mi han cacciato fuori dalle quinte mezzo secolo fa. “canterai davanti al re”, mi avvertirono, perché davamo spettacolo per invito di Vittorio Emanuele III. Miagolai chi sa che cosa, ma ricevetti in premio una moneta d’oro. La conservo ancora. Quattro anni aveva Eduardo quando raccolse il primo applauso con la compagnia Scarpetta. A sedici anni Titina era già una bravissima soubrette. Una dinastia siamo. Anche il mio Luigino a scelto il mestiere di papà, e all’inizio l’ho costretto a fare infinite volte la parte del cameriere: bisogna cominciare così, due battute sole, e via ».

«E’ nata parlante – dice Eduardo della sua piccola Luisella – e tanto lei, come Luca, hanno la passione del teatro nel sangue ».

Se chiedete a Peppino: cosa preferisce, scrivere per il palcoscenico o recitare? », risponde senza incertezze: «Recitare, attore comico sono e attore comico desidero rimanere ». Se rivolgete a Eduardo la stessa domanda vi risponde senza perplessità: « Scrivere. Ma ho deciso di smettere. Non ti vogliono sentire, hai dei problemi, delle tristezze, sei noioso. Vede, porto in giro soltanto riprese ».

Eduardo è deluso. Anche Peppino è deluso: «Da qualche tempo ho paura, una grande paura. Che cosa vogliono? Sesso, sesso, scandali. Se sei con tua figlia in platea ti vergogni. E la televisione ci distrugge. Di che si lamentano? Da anche troppo per quello che pagano ».

« Ho avuto tanti dispiaceri con la mia ultima commedia, De Pretore Vincenzo, dice Eduardo, tante accuse cattive. Sa, il protagonista è un mascalzone, dice a un Santo: “ Tu mi dai la protezione, così faccio i miei affari, io ti dò tante candele”. Mi pareva un personaggio attuale, ma quanti dispiaceri».

Eduardo è l’autore italiano più rappresentato all’estero: l’hanno tradotto in tutte le lingue. Nell’Urss, quaranta compagnie rappresentano contemporaneamente Mia Famiglia. Di Filumena Marturano furono stampate, come prima edizione, due milioni di copie. Quando andò a Mosca, una signora che conosceva le sue opere gli disse: « Come ha fatto a capire il sentimento del nostro popolo?». Una grande attrice inglese, Wanda Roth, che nell’Amleto di Laurence Olivier era la regina, sta per andare in scena a Londra con Filumena. Di Questi fantasmi, a Madrid, si è già festeggiata la centesima replica. « Eppure – confessa Eduardo – è nella mia città che ho provato la più profonda commozione della mia vita. Fu alla prima di Napoli milionaria. Quasi tutti i teatri erano requisiti. C’era il fronte fermo verso Firenze. C’era la fame, e tanta gente disperata. Ottenni il San Carlo per una sera. I professori dell’orchestra, per assistere allo spettacolo, si erano infilati nel golfo mistico. « Vedrete che ci diffamerà », pensava qualcuno allarmato dal titolo. Lei sa la vicenda. Io faccio Gennaro Esposito, un povero e bravo uomo che viene portato via dai tedeschi., e quando ritorna trova un figlio ladro, la moglie che fa il mercato nero e si è arricchita, lo ha tradito, e la figlia ha fatto l’amore con un soldato americano. Sono dei cinici, ma Gennaro Esposito, con tolleranza, con comprensione, fa capire ai familiari che non è finito niente, che la vita continua. Arrivai al terzo atto con sgomento. Recitavo e sentivo attorno a me un silenzio assoluto, terribile. Quando dissi l’ultima battuta, la battuta finale: “Deve passare la notte”, e scese il pesante velario, ci fu silenzio ancora, per otto, dieci secondi, poi scoppiò un applauso furioso, e anche un pianto irrefrenabile, tutti avevano in mano un fazzoletto, gli orchestrali del golfo mistico che si erano alzati in piedi, i macchinisti che avevano invaso la scena, il pubblico che era salito sul palco, tutti piangevano, e anch’io piangevo, e piangeva Raffaele Viviani che era corso ad abbracciarmi. Io avevo detto il dolore di tutti ».

La tristezza, il rassegnato pessimismo di Eduardo; l’irresistibile comicità di Peppino: « Quando diedi Il bandito sono io, al terzo atto mi fischiarono. Avevano riso fino a pochi istanti prima, ma alla conclusione, che aveva un cert’aria moralistica, un fracasso d’inferno. Ero meravigliato e mi rivolsi al pubblico: “Sono perplesso”, dissi , “non capisco”. E quelli andandosene: “Cambiate finale, don Peppi’, cambiate finale”. Così feci. Avevano ragione loro. Hanno sempre ragione loro. Bisogna conoscerli. Una sera, in piazza S. Ferdinando, salgo su una carrozzella. Il vetturino, un tipo assorto e silenzioso, manco mi guarda. Stiamo per andare, ma arriva una guardia. “Dammi il libretto”, dice . Il vetturino, senza parlare, porge il libretto. “Sai che non puoi stare qui? Domani ti aspetto al comando. O paghi la multa, o vai dentro un paio di giorni”. Silenzio. La carrozza, finalmente, parte. E dopo un poco il vetturino dice: “Quello crede di avermi fatto dispetto, ma io così mi riposo”. Bisogna conoscerli. I napoletani sono ipocriti, sembrano allegri, invece sono tristi. La gente li osserva, e loro fanno finta di essere spensierati. Non s’impegnano, perché da quando avevano in casa i Mori sanno come va a finire. Mi fanno pensare a Walter Chiari. Credo che la sera, quando va a letto, dopo aver fatto l’allegro per tutta la giornata, sia felice di distendersi e di abbandonarsi – almeno in privato – a un po’ di malinconia ».

E’ anche il pensiero di Eduardo, che odia il Vesuvio, le canzonette, le cartoline, e che ha distrutto, con le sue parole spesso acri, con le sue immagini appannate dallo sconforto, la rettorica della felice città del sole. Dicono certi suoi versi: «Napule è un paese curioso – è nu teatro antico… sempre apierto – ce nasce gente ca senza cuncerto – scenne pe’ strate e sape recità ».