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Eduardo e Peppino sono a Milano, ma si incontrano raramente. Da dieci anni non recitano nello stesso teatro. Titina è a Roma. Scrive, dipinge, guarda i nipotini che crescono. « Vive di spirito », dice Eduardo. Molto tempo fa, una sera, in palcoscenico, ebbe « uno scatto al cuore ». Non può più sopportare certe fatiche. « Ha avuto una sorte amara – sospira Eduardo – ha dovuto smettere quando il successo la stava premiando ».
I tre De Filippo non torneranno mai più insieme, nemmeno per una volta. « Se Eduardo ed io ci siamo divisi – spiega Peppino – ciò è accaduto perché, alla ribalta, non avevamo più molte cose da dirci. Adesso è troppo difficile tornare indietro ». Titina, poi, non sopporterebbe l’emozione. Non ci sarà, dunque, il grande ritorno.
Per quattordici stagioni i loro nomi sono apparsi sullo stesso manifesto. « Siamo attori – commenta Peppino – e mi sembra un primato ». Si sono fatti avanti dandosi la mano. Cominciarono con l’avanspettacolo, al cinema Kursaal, una platea rumorosa e popolare.
« Scrivevamo i nostri copioni in camerino, negli intervalli – racconta Peppino – e la testa rimbombava dei dialoghi e dei sospiri dei primi film sonori. I napoletani sono esigenti: ogni settimana bisognava cambiare repertorio. E sono terribili: ti capiscono prima che parli, e devi stare molto attento per poterli imbrogliare. Anche Natale in casa Cupiello era una atto unico, bellissimo.
«Quando arrivammo a Milano, al teatro Puccini, appena si alzava il sipario e si scopriva la scena, ci riempivano di fischi. Odiavano la prosa, volevano subito le ballerine. Ottenevamo un clamoroso insuccesso, e l’impresario ci pagava poco e malvolentieri. Avevamo in cartellone Sik Sik l’artefice magico, e per rappresentarlo erano assolutamente indispensabili un colombo ed una gallina. Una notte spinti dall’appetito, ci rivolgemmo a un trattore perché ci cucinasse i due cari compagni di lavoro. Li mangiammo, ma con molta pena ».
I discorsi dei De Filippo narrano, con un’unica storia, il destino di tre esistenze.
« Nel 1932, racconta Eduardo, decidemmo di passare proprio al teatro, con una compagnia nostra e con commedie scritte da noi. Firmavamo, quasi per pudore, con degli pseudonimi. Debuttammo all’Odeon. Ma chi ci conosceva? Le poltrone erano per metà vuote, però alla fine il pubblico urlava: viva Napoli. Renato Simoni fece un lungo articolo, e nei giorni seguenti tutte le file si riempirono.. Cominciò la conquista del Nord ».
I critici parlarono dei tre nuovi, straordinari comici; diventarono di moda. « Mi domando – aveva scritto l’entusiasta Massimo Bontempelli, che li aveva scoperti a Napoli – perché i De Filippo non risalgano le vie d’Italia ». Trovava nelle loro interpretazioni « perfezione di gusto, arte, naturalezza e festoso abbandono »; Palmieri li giudicava « maschere improvvise e abbaglianti non di un paese ma di una umanità », e raccontavano, secondo Alvaro, «la favola della vita italiana ».
« Noi siamo una dinastia – dice Peppino – (vengono in mente i Barrymore, « la famiglia reale di Broadway »; questa è, in fondo, la nostra famiglia reale, e ha dietro di sé la gloria del San Carlino), noi siamo una dinastia: ho cinquantacinque anni di vita e mi han cacciato fuori dalle quinte mezzo secolo fa. “canterai davanti al re”, mi avvertirono, perché davamo spettacolo per invito di Vittorio Emanuele III. Miagolai chi sa che cosa, ma ricevetti in premio una moneta d’oro. La conservo ancora. Quattro anni aveva Eduardo quando raccolse il primo applauso con la compagnia Scarpetta. A sedici anni Titina era già una bravissima soubrette. Una dinastia siamo. Anche il mio Luigino a scelto il mestiere di papà, e all’inizio l’ho costretto a fare infinite volte la parte del cameriere: bisogna cominciare così, due battute sole, e via ».
«E’ nata parlante – dice Eduardo della sua piccola Luisella – e tanto lei, come Luca, hanno la passione del teatro nel sangue ».
Se chiedete a Peppino: cosa preferisce, scrivere per il palcoscenico o recitare? », risponde senza incertezze: «Recitare, attore comico sono e attore comico desidero rimanere ». Se rivolgete a Eduardo la stessa domanda vi risponde senza perplessità: « Scrivere. Ma ho deciso di smettere. Non ti vogliono sentire, hai dei problemi, delle tristezze, sei noioso. Vede, porto in giro soltanto riprese ».
Eduardo è deluso. Anche Peppino è deluso: «Da qualche tempo ho paura, una grande paura. Che cosa vogliono? Sesso, sesso, scandali. Se sei con tua figlia in platea ti vergogni. E la televisione ci distrugge. Di che si lamentano? Da anche troppo per quello che pagano ».
« Ho avuto tanti dispiaceri con la mia ultima commedia, De Pretore Vincenzo, dice Eduardo, tante accuse cattive. Sa, il protagonista è un mascalzone, dice a un Santo: “ Tu mi dai la protezione, così faccio i miei affari, io ti dò tante candele”. Mi pareva un personaggio attuale, ma quanti dispiaceri».
Eduardo è l’autore italiano più rappresentato all’estero: l’hanno tradotto in tutte le lingue. Nell’Urss, quaranta compagnie rappresentano contemporaneamente Mia Famiglia. Di Filumena Marturano furono stampate, come prima edizione, due milioni di copie. Quando andò a Mosca, una signora che conosceva le sue opere gli disse: « Come ha fatto a capire il sentimento del nostro popolo?». Una grande attrice inglese, Wanda Roth, che nell’Amleto di Laurence Olivier era la regina, sta per andare in scena a Londra con Filumena. Di Questi fantasmi, a Madrid, si è già festeggiata la centesima replica. « Eppure – confessa Eduardo – è nella mia città che ho provato la più profonda commozione della mia vita. Fu alla prima di Napoli milionaria. Quasi tutti i teatri erano requisiti. C’era il fronte fermo verso Firenze. C’era la fame, e tanta gente disperata. Ottenni il San Carlo per una sera. I professori dell’orchestra, per assistere allo spettacolo, si erano infilati nel golfo mistico. « Vedrete che ci diffamerà », pensava qualcuno allarmato dal titolo. Lei sa la vicenda. Io faccio Gennaro Esposito, un povero e bravo uomo che viene portato via dai tedeschi., e quando ritorna trova un figlio ladro, la moglie che fa il mercato nero e si è arricchita, lo ha tradito, e la figlia ha fatto l’amore con un soldato americano. Sono dei cinici, ma Gennaro Esposito, con tolleranza, con comprensione, fa capire ai familiari che non è finito niente, che la vita continua. Arrivai al terzo atto con sgomento. Recitavo e sentivo attorno a me un silenzio assoluto, terribile. Quando dissi l’ultima battuta, la battuta finale: “Deve passare la notte”, e scese il pesante velario, ci fu silenzio ancora, per otto, dieci secondi, poi scoppiò un applauso furioso, e anche un pianto irrefrenabile, tutti avevano in mano un fazzoletto, gli orchestrali del golfo mistico che si erano alzati in piedi, i macchinisti che avevano invaso la scena, il pubblico che era salito sul palco, tutti piangevano, e anch’io piangevo, e piangeva Raffaele Viviani che era corso ad abbracciarmi. Io avevo detto il dolore di tutti ».
La tristezza, il rassegnato pessimismo di Eduardo; l’irresistibile comicità di Peppino: « Quando diedi Il bandito sono io, al terzo atto mi fischiarono. Avevano riso fino a pochi istanti prima, ma alla conclusione, che aveva un cert’aria moralistica, un fracasso d’inferno. Ero meravigliato e mi rivolsi al pubblico: “Sono perplesso”, dissi , “non capisco”. E quelli andandosene: “Cambiate finale, don Peppi’, cambiate finale”. Così feci. Avevano ragione loro. Hanno sempre ragione loro. Bisogna conoscerli. Una sera, in piazza S. Ferdinando, salgo su una carrozzella. Il vetturino, un tipo assorto e silenzioso, manco mi guarda. Stiamo per andare, ma arriva una guardia. “Dammi il libretto”, dice . Il vetturino, senza parlare, porge il libretto. “Sai che non puoi stare qui? Domani ti aspetto al comando. O paghi la multa, o vai dentro un paio di giorni”. Silenzio. La carrozza, finalmente, parte. E dopo un poco il vetturino dice: “Quello crede di avermi fatto dispetto, ma io così mi riposo”. Bisogna conoscerli. I napoletani sono ipocriti, sembrano allegri, invece sono tristi. La gente li osserva, e loro fanno finta di essere spensierati. Non s’impegnano, perché da quando avevano in casa i Mori sanno come va a finire. Mi fanno pensare a Walter Chiari. Credo che la sera, quando va a letto, dopo aver fatto l’allegro per tutta la giornata, sia felice di distendersi e di abbandonarsi – almeno in privato – a un po’ di malinconia ».
E’ anche il pensiero di Eduardo, che odia il Vesuvio, le canzonette, le cartoline, e che ha distrutto, con le sue parole spesso acri, con le sue immagini appannate dallo sconforto, la rettorica della felice città del sole. Dicono certi suoi versi: «Napule è un paese curioso – è nu teatro antico… sempre apierto – ce nasce gente ca senza cuncerto – scenne pe’ strate e sape recità ».