De Filippo, Lezioni, p. 15.

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[...] l’umorismo è una lama molto più affilata e tanto

più puntuta che non la tragedia. L’umorismo picchia proprio e va assorbito

dall’umanità.

Pubblicato in:  on Novembre 21, 2008 at 2:54 am Lascia un Commento
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#Eduardo De Filippo, “L’espresso”, 1 settembre 1974

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EDUARDO E I SUOI BIOGRAFI

Non voglio scrivere le mie memorie. I ricordi non servono a niente. Servono solo a imbrogliare le carte. Prenda il libro di Stanislawski sull’attore e la recitazione e guardi che fine ha fatto nelle mani dei discepoli. Stanislawski è importante per quello che ha fatto e non per quello che ha lasciato scritto. Gli americani delle scuole di recitazione che si richiamano a lui stanno uscendo pazzi per cercare di capire e di mettere in pratica i precetti che ha lasciato sulla pagina. Non hanno ancora capito che non sarà mai possibile. Guardassero la vita, invece. Si guardassero intorno. Ce n’è abbastanza da vedere, mi pare.

Pubblicato in:  on Novembre 14, 2008 at 12:18 pm Lascia un Commento
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#44 Eduardo De Filippo, Lezioni di teatro, Torino, Einaudi, 1986

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[p. 134, EDUARDO E IL PUBBLICO]

Io ho una specie di istinto per tutto ciò che riguarda il teatro. Ne ho un’esperienza molto approfondita, perché solo questo ho fatto, non mi sono perduto in altre cose. Non so… Per esempio, io posso dire dal rumore, dal parlottio che sento in sala prima del segnale del buio, prima di mandare su il sipario, posso dire l’incasso. Dalle prime risate o dal primo mormorio di approvazione o disapprovazione capisco la qualità del pubblico, capisco come devo recitare quella sera, quale deve essere la tattica da usare nei confronti di quel pubblico. Questo mi viene dalla grande pratica che ho acquisito attraverso i teatri che ho frequentato dall’inizio della mia carriera. Per esempio all’aperto si recita in tutt’altro modo. Col pubblico della diurna, quando si facevano due spettacoli domenicali, bisognava recitare in modo diverso dal soluto perché c’erano i bambini, c’erano i bottegai, i negozianti, quelli che solo la domenica, alla diurna, potevano andare in teatro.

Pubblicato in:  on Novembre 12, 2008 at 12:49 pm Lascia un Commento
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#44 Eduardo De Filippo, Lezioni di teatro, Torino, Einaudi, 1986

[ pp. 107-108, TEATRO DI DENUNCIA]

Io accuso la società in cui viveva Shakespeare. Come poteva fare? Come avrei potuto fare io durante il fascismo, se non far ridere il pubblico e poi in ultimo ammannirgli un capovolgimento dell’azione e mostrargli la tragedia? In quell’epoca anch’io ho dovuto usare una tattica. E Shakespeare si è trovato peggio di me, in condizione di far buon viso a cattivo gioco. Non ha potuto in quell’epoca dire: «Badate, l’usura l’avete imposta voi!»

Però lo poteva dire Shylock perché era la verità. I re si servivano degli ebrei, si facevano prestare i quattrini. Io mi inchino davanti alla prontezza di spirito e alla tattica che ha usato Shakespeare in quell’epoca: è riuscito ad uscirne. E magari ne uscissero tutti come ne è uscito lui! Ma una tattica ha dovuto usarla.

Prendiamo il caso mio. Lontano mille miglia dal pensare ad un accostamento con Shakespeare, ma la situazione per è stata la stessa. Dopo la guerra ho potuto scrivere Filumena Marturano, Le voci di dentro, Le bugie con le gambe lunghe, Il sindaco del rione Sanità che chiede la rivoluzione – mi sono messo contro i magistrati, i politici, tutti! L’avrei potuto fare all’epoca fascista? Sarebbe stato impossibile. Nel ‘27 scrissi Ditegli sempre di sì. È uno dei miei primi lavori. Quella era l’epoca d’oro del fascismo ed il titolo era allusivo. La commedia ha come protagonista un pazzo che è fissato sulle parole, non parla con le parole appropriate e crea degli equivoci e fa dei pasticci. Mi trovavo a Torino a recitare questa commedia e quando finì il primo atto l’impresario [...] mi disse: «Eduardo, tu devi uscire adesso fuori del sipario e devi dire qualche cosa al pubblico perché è stata proclamata la fondazione dell’Impero».

Prima che iniziasse il secondo atto io mi presentai al pubblico e dissi: «L’impresario Chiarella è venuto a dirmi una cosa meravigliosa. Questa commedia è fortunata perché è cominciata in un regno e finisce in un impero! Ditegli sempre di sì!» Tutti quanti a ridere.

Erano allusioni, allegorie, un po’ di fantasia dentro, e poi si dava la battuta. Ma fino a quando c’era il fascismo ho dovuto chiudere dentro tutto quello che c’era da dire.

#43 Paola Quarenghi, Nota introduttiva a Eduardo De Filippo, Lezioni di teatro, Torino, Einaudi, 1986

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[p.IX EDUARDO MAESTRO]

«Quello che io voglio darvi è il coraggio di scrivere. Mettetevi bene in mente questo. Perché all’epoca anch’io ho tremato davanti al foglio bianco e quindi so a quale setaccio deve passare la vostra sensibilità… O si sa scrivere o no. Questo è tutto». Con queste parole, pronunciate quasi en passant prendendo spunto dal testo letto da uno degli allievi durante le audizioni per l’ammissione, Eduardo enuncia uno dei principî chiave del suo lavoro con gli studenti del corso di drammaturgia; principio che non è l’espressione di una resa in partenza, ma l’individuazione consapevole di un dato a partire dal quale dovrà cominciare a lavorare, offrendo a ciascun allievo gli strumenti coi quali esercitare e accrescere il proprio talento. Perché la fantasia si può sviluppare, l’ammaestramento e l’esperienza potranno rendere attuali quelle potenzialità.

#39 Ferruccio Marotti, In forma di epilogo. Una testimonianza, in L’arte della commedia. Atti del convegno di studi sulla drammaturgia di Eduardo, a cura di Antonella Ottai e Paola Quarenghi, Roma, Bulzoni,1990.

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FARE TEATRO, pp.155-156]

[...]Ricordo [...] quando spiegò che l’«attore, quando entra in scena, viene da lontano, sempre»; o quando disse: l’attore deve essere stati; quando si è stancato, allora comincia a essere un attore».

[...]«Quando fai teatro, quando fai una commedia, che fai? Fai la vita», mi diceva Eduardo [...]. E queste equivalenze sono il primo nucleo fondamentale della sua pedagogia: mondo del teatro e teatro del mondo, vita e scena, sogno e realtà, teatralità della vita e vitalità del teatro, l’arte della commedia e l’arte di sognare, l’arte di sognare e l’arte di vivere: sono i termini inscindibili di un discorso dialettico infinito, il mistero di Eduardo. Quali strumenti per realizzare questo percorso, per avviarsi per questo cammino? Il primo, diceva Eduardo, «ascoltare». «Dovremmo fare delle classi di ascolto», mi diceva, «dovremmo mandare gli allievi sui treni, negli autobus, al mercato, ad ascoltare la vita, a sentire la gente». E, fedele alla sua logica del paradosso, la prima cosa che fece, quando iniziò il corso all’università, fu la «classe di ascolto», tutti i pomeriggi alle tre e per cinque ore al giorno. Una classe di circa cento ore.

#39 Ferruccio Marotti, In forma di epilogo. Una testimonianza, in L’arte della commedia. Atti del convegno di studi sulla drammaturgia di Eduardo, a cura di Antonella Ottai e Paola Quarenghi, Roma, Bulzoni,1990.

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Gli ultimi anni della sua vita Eduardo li ha voluti dedicare ad un progetto utopico, una di quelle utopie che percorrono come un sottile filo rosso la coscienza di alcuni fra i maggiori uomini di teatro del nostro secolo, da Gordon Craig a Mejerchold, da Vachtangov a Copeau: realizzare una scuola di teatro, una bottega, un’officina teatrale, una scuola di drammaturgia, in cui trasmettere la propria esperienza di attore/autore, in cui insegnare ai giovani il coraggio di mettersi davanti ad un foglio bianco e trascrivere la vita – la realtà e i sogni – dandole, come diceva Eduardo, una «quadratura» teatrale.